Dieta ed efficienza mentale

Sia che stiate andando a scuola o al lavoro sia che, semplicemente, vogliate la vostra mente nella forma migliore, fare colazione è un dovere.

Le evidenze raccolte fino ad oggi mostrano che la colazione può influenzare i processi mentali coinvolti nella creazione e nel recupero dei ricordi e nella capacità di gestire informazioni complesse e impegnative. Una ricerca effettuata sui bambini, ha messo in evidenza come saltare il primo pasto della giornata porti i bambini ad effettuare più errori nei test a cui sono sottoposti rispetto ai bambini che invece fanno colazione. Anche in giovani adulti che non fanno colazione è stata osservata una prestazione più scarsa in test scolastici rispetto a coloro che consumano del cibo prima di venire sottoposti al medesimo esperimento.

Sembra che la colazione eserciti questi effetti grazie all’innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue che provoca a sua volta nel cervello l’aumento della concentrazione di un neurotrasmettitore definito acetilcolina. Secondo i ricercatori che lavorano in questo campo, come il Professor David Benton dell’Università del Galles (Wales University), l’acetilcolina è coinvolta nei processi della memoria poiché è stato dimostrato che le sostanze che ne bloccano la produzione distruggono la memoria, riducendo in particolare la capacità di memorizzare informazioni nuove.

Poiché la vitamina B1 è necessaria per la produzione di acetilcolina, garantire un corretto apporto di questa sostanza può avere un ruolo importante nell’ottimizzare le prestazioni mentali nel corso della mattinata. Gli alimenti a base di cereali che contengono la vitamina B1 comprendono pane integrale e cereali arricchiti per la prima colazione.

La nostra capacità di ragionare in modo corretto non è collegata solamente agli effetti a breve termine dell’alimentazione; infatti le prestazioni mentali possono essere influenzate anche dalla qualità nutritiva della dieta e dai suoi effetti complessivi a lungo termine. Ad esempio l’assunzione inadeguata a lungo termine di ferro può avere effetti sulla capacità di concentrazione e addirittura ridurre il quoziente intellettivo (QI).

E’ noto che la carenza di ferro causa un danneggiamento della memoria negli adulti e nei bambini e che nei bambini piccoli e nei neonati può causare problemi all’attenzione e alla capacità di apprendimento (per ulteriori dettagli consultare il numero 16 di Food Today).

Se le donne sono particolarmente sensibili ad una insufficiente assunzione di ferro con la dieta, quantità troppo basse di un altro micronutriente, lo iodio, possono invece avere effetti su entrambi i sessi. Lo scarso apporto di iodio sembra avere effetti negativi sulla capacità di prendere decisioni ed iniziative. Tale problema interessa soprattutto alcune aree dell’Europa e i paesi in via di sviluppo, ma può essere risolto con una corretta alimentazione; infatti il consumo di sale addizionato iodato, di pesce, di molluschi, di carne, latte e uova può aiutare a garantire il mantenimento di una corretta assunzione di questo micronutriente.

Se la mancanza di alcuni elementi nella dieta può portare alla riduzione delle prestazioni mentali, l’aggiunta di altri elementi può aiutare a dare al nostro cervello uno stimolo in più. La caffeina ad esempio esercita un effetto stimolante moderato, agendo sul sistema nervoso centrale e migliorando il livello di attenzione. Alcuni test hanno mostrato che la caffeina è in grado di accelerare la capacità di elaborare velocemente le informazioni nel cervello del 10 % e che un caffè dopo pranzo aiuta a contrastare la normale sonnolenza del “dopo pranzo” e a mantenere la capacità di concentrazione.

Non è importante solo ciò che si beve, ma in generale bere una quantità sufficiente di acqua.
Infatti anche una lieve riduzione dello stato di idratazione può avere effetto sulle prestazioni mentali; è bene ricordarsi che nel momento in cui si avverte la sete si è già disidratati, quindi continuare ad assumere liquidi nel corso della giornata contribuisce a mantenere il cervello nelle condizioni ottimali.

Per gentile concessione di EUFIC: http://www.eufic.org

perdipesosystem.it

Educa il gusto per perdere peso

Maria racconta “mangiavo in modo distratto, senza badare al gusto, trascuravo l’alimentazione e alla fine anche se non mangiavo tantissimo ero sempre insoddisfatta e ingrassavo…”

Il gusto si può considerare l’insieme delle sensazioni che si provano mangiando tra cui molto importante è il sapore.
Il sapore, si riferisce alle sensazioni che siamo in grado di percepire tramite i recettori gustativi presenti sulla lingua come: dolce e salato.

Esso, si acquisisce ed una volta educato permette di dimagrire con facilità.
La prima cosa da evitare è mangiare in modo distratto ed eccessivo soprattutto lo zucchero semplice che mettiamo nel caffè, oppure, bevande, yogurt e altri preparati con lo zucchero.

Se una persona prende il caffè abitualmente con 2 o più cucchiaini di zucchero, altera il gusto finendo per avere bisogno di grandi quantità di carboidrati complessi per essere sazio e soddisfatto.

Diventa, cioè, difficile dire basta davanti ad un piatto di pasta, alla pizza e al pane, per cui ingrassa.
Invece, è necessario mettere in atto delle strategie che disabituano all’eccesso di zuccheri ai quali ci siamo assuefatti.

Eliminare i dolci e lo zucchero totalmente non è comunque necessario, ma cominciate a limitarlo, per cui iniziate a leggere le etichette di ciò che mangiate e bevete e vedrete che tantissimi alimenti, anche quelli più insospettabili contengono zucchero.

fonte perdipesosystem.it

19 cibi brucia grasso

Aglio. Contiene elevate concentrazioni di minerali (selenio e germanio), enzimi, aminoacidi e vitamine A, B1, B2, B6, B12, C, D e H. Oltre a contenere solo 41 calorie per etto, è efficace per riattivare il metabolismo aumentando la capacità di bruciare i grassi, e tenendo sotto controllo i livelli di colesterolo e i picchi glicemici.

Banana. Contiene elevate quantità di zuccheri ma pochissimi grassi, ed è ricca di sali minerali preziosi come calcio, ferro, magnesio, fosforo e potassio, oltre che di vitamine A e C, tannini e serotonina, l’ormone del buonumore. Per questo, e per le sue sole 66 calorie per etto, rappresenta uno spuntino ideale, dall’elevato potere saziante.

Cipolla. Ricca di vitamine A, C, E e del gruppo B, ma anche di potassio, calcio e sodio, la cipolla è fondamentale nella dieta per il suo elevato contenuto di fitoestrogeni e sostanze cinarinosimili, in grado di favorire la diuresi e quindi l’eliminazione dei ristagni di liquidi, responsabili tra l’altro della cellulite. In più, aiuta a mantenere costanti i livelli di zucchero nel sangue.

Erba medica. Poco utilizzata nell’alimentazione moderna, in realtà è un potente alleato della linea, perché contiene delle sostanze, le saponine, in grado di ridurre l’assorbimento dei grassi. Contiene solo 24 calorie per etto.

Fragola. Povera di zuccheri e ricca di Sali minerali e vitamina C, apporta solo 27 calorie per etto ed è diuretica e anticellulite, soprattutto se mangiata come spuntino lontana dai pasti.

Germogli. Costituiti da semi di cereali e legumi macerati in acqua e germogliati, sono perfetti sia in insalata che in padella per stimolare il metabolismo e favorire la diuresi. Apportano solo 14 calorie per etto, e contengono principi nutritivi dal valore doppio rispetto a quelli delle verdure mature.

Kiwi. Ricco di potassio, fosforo, calcio, ferro, rame e zinco, è una fonte primaria di vitamina C, e contiene una buona dose di fibre utili per combattere stitichezza e gonfiori addominali.

Insalata. Ricca di fibre e povera di calorie (14 per etto), svolge un’azione lassativa e aiuta a togliere la fame, grazie al suo volume elevato e al buon apporto di sali minerali.

Limone. Agrume con il tasso di zuccheri più basso in assoluto (2,3%), il limone è ricco di vitamine e flavonoidi, apporta solo 11 calorie per etto e rafforza la microcircolazione, spesso difficoltosa in caso di cellulite.

Mela. Oltre al contenuto di vitamine C ed E e di potassio, bromo, silicio e magnesio, la mela è ricca di tannini e pectine in grado di abbassare il colesterolo e favorire la diuresi. Se rossa e mangiata con la buccia, svolge un’efficace azione bruciagrassi.

Noce. Ricca di acidi grassi insaturi, proteine, zuccheri e vitamine, aiuta a bruciare il grasso corporeo grazie al suo contenuto di calcio e magnesio. L’importante è consumarla con moderazione (5 al giorno) per non eccedere con le calorie.

Orzo. Perfetta alternativa al tradizionale frumento, apporta 319 calorie per etto ed è ricco di proteine, aminoacidi, ferro, calcio, fosforo, potassio e magnesio, ma anche di vitamine del gruppo B. Inoltre è diuretico e calma la fame nervosa.

Pollo. Carne bianca dal limitato contenuto di grassi, sodio e colesterolo, grazie all’acido linoleico favorisce la riduzione della massa grassa e promuove un aumento di quella magra. Apporta 97 calorie (petto), oppure 120 (coscia).

Rucola. Contiene elevatissime quantità di vitamine A e C, nonché una sostanza solfo-azotata in grado di stimolare il metabolismo e facilitare l’utilizzo del grasso corporeo. Fornisce 16 calorie ogni 100 grammi.

Soia. Ricca di proteine e acido folico, è uno degli alimenti con la più alta concentrazione di isoflavoni, fitoestrogeni indicati soprattutto nelle donne in menopausa per ridurre l’aumento di peso dovuto a variazioni ormonali.

Tè. Contiene tannini astringenti, teina e caffeina bruciagrassi, Sali minerali e vitamine del gruppo B. Stimola efficacemente il metabolismo, contiene zero calorie e contrasta i sintomi dell’invecchiamento.

Uovo. Alimenti iperproteico per eccellenza, ricco di Sali minerali ed enzimi, contribuisce notevolmente alla formazione della massa magra, che aumentando brucia le scorte di adipe.

Vino. Possiede sostanze antiossidanti preziose per proteggere il cuore e contrastare l’invecchiamento, e, se consumato moderatamente, aiuta ad accelerare il metabolismo

Zucca. Ricca di vitamine B, C, E, di betacarotene e di Sali minerali, apporta solo 18 calorie per etto ed è blandamente diuretica e lassativa. Inoltre, ha proprietà sedative che calmano la fame nervosa.

Silvia Nava – Redazione Miadieta.it

Guerra al grasso: le 7 strategie

Ti sei mai resa conto di essere una fornace? Non è una battuta, ma una provocazione che si basa sulla realtà. Proprio come una fornace, il tuo organismo trascorre ogni attimo della sua vita bruciando qualcosa per trasformarlo in qualcos’altro. Lo scopo è lo stesso della caldaia che scalda la tua casa: ottenere energia da un combustibile. Solo che nel tuo caso il combustibile non è il metano o il gasolio, ma il cibo. In particolare i grassi. E come per ogni macchina complessa, imparando ad usarla al meglio è possibile ottenere una resa più alta e, quindi, bruciare più grassi. Basta seguire le strategie giuste. Ecco quali sono:


1. Mai più senza tè verde

Il tè verde non è noto solo per i suoi benefici contro i tumori, ma anche per la sua capacità di accelerare il
metabolismo, permettendo all’organismo di bruciare più grassi. In particolare, secondo una ricerca pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition, berne tre tazze ogni giorno consente un incremento metabolico pari al 4 per cento.


2. Fai scorta di ferro

Se l’organismo non possiede una quantità sufficiente di questo minerale, non può fornire alle cellule il necessario apporto di ossigeno, e questo provoca un immediato rallentamento del metabolismo e un accumulo eccessivo di grassi. Per evitarlo, assicurati ogni giorno almeno quattro porzioni di cibi ricchi di ferro, come la carne, le verdure verdi, i cereali e la frutta secca.

3. Pompa i muscoli

Se vuoi bruciare più
massa grassa, devi avere più massa magra. I muscoli, infatti, bruciano le calorie in misura nove volte superiore al grasso. In più, mantengono il metabolismo a livelli massimi per ben due ore dopo l’allenamento.

4. Bevi due volte

Un recente studio tedesco ha dimostrato che bevendo una quantità di acqua pari a due bicchieri in un breve lasso di tempo, il
metabolismo dei grassi viene accelerato del 30 per cento. Incrementando il consumo di acqua di un litro al giorno (fino a un massimo di 3), è dunque possibile bruciare in un anno ben 17.400 calorie in più!

5. Attenta alla tiroide

Uno scarso funzionamento di questa ghiandola, chiamato ipotiroidismo, può essere alla base di un eccessivo rallentamento del metabolismo dei grassi. Per sapere se è tutto a posto, è sufficiente un semplice esame del sangue: in caso di ipotiroidismo, il medico saprà suggerirti la corretta terapia.

6. Mangia più banane

Sono ricche di potassio, che regola il bilancio idrico del corpo e ottimizza l’utilizzo dei grassi a scopo energetico. Se il tuo organismo è disidratato, infatti, brucerà meno. Per garantirti un corretto apporto di magnesio, pari a 2000 milligrammi al giorno, segnati queste cifre: una banana ne contiene 450 mg, una tazza di latte 370, un’arancia 250.

7. Elimina l’alcol

Uno studio inglese ha dimostrato che l’alcol agisce come un freno sul consumo dei grassi introdotti con l’alimentazione. In più, il consumo di alcol e generalmente collegato a quello di piatti ipercalorici e iperlipidici: meglio starne alla larga, soprattutto a fine pasto.

 

Silvia Nava – Miadieta

Donna | L’importanza del reggiseno nella corsa

Ragazze e signore, se correte, indossate il reggiseno. Ricercatori dell’Università di Portsmouth, analizzando tridimensionalmente il movimento delle mammelle durante la corsa, hanno rilevato che ogni seno compie spostamenti, in media, di 9 centimetri ad ogni passo compiuto e che, per ogni miglio percorso, il petto rimbalza per circa 135 metri. Se si considera che ogni mammella pesa, mediamente, fra i 200 e 300 grammi, ecco che questi movimenti possono sottoporre a notevole stress la pelle e i tessuti connettivi sottostanti, con conseguenti dolorosi stiramenti e inevitabili, quanto irreversibili, cedimenti antiestetici. I danni si possono in parte evitare — assicura il responsabile della ricerca, Joanne Scurr — adottando il classico reggiseno, che riduce i rischi del 38 per cento. Meglio ancora, il reggiseno di tipo sportivo, con la sigla “shock absorber”, che ridurrebbe i danni addirittura del 78 per cento.

fonte corriere.it

Fitness | Quanto devi correre per stare bene

Correre per meno 15 chilometri alla settimana, è fatica sprecata: l’attività fisica è troppo blanda per attivare meccanismi di protezione contro l’arteriosclerosi e altre malattie del cuore. Se, però, la distanza percorsa raddoppia - per intenderci: se ci si impegna a correre per un’ora, tre volte la settimana - nel sangue si avvia una piccola rivoluzione: il colesterolo “cattivo” diminuisce a favore di quello buono, la pressione del sangue si abbassa (dopo poche settimane di corsa praticata con regolarità, la pressione si riduce di circa 10 millimetri di mercurio), cala anche la glicemia e, soprattutto, l’accumulo di grassi nelle arterie si arresta. In pratica, arteriosclerosi e rischio d’infarto si riducono. Se poi l’impegno aumenta e la distanza percorsa diventa di circa 75 km alla settimana - ovvero, circa un’ora di corsa ogni giorno - il rischio di disturbi cardiaci e circolatori è addirittura dimezzato. A tali conclusioni sono giunti recenti studi, effettuati dal Center for Healh Promotion and Education di Atlanta. E questi dati, opportunamente incrociati con quelli di precedenti studi, porterebbero, secondo alcuni ricercatori, ad ulteriori calcoli, piuttosto singolari: ogni minuto della vita trascorso correndo ne aggiungerebbe altri tre al tempo che resta da vivere. Altrettanto interessanti sono i risultati di studi effettuati oltreoceano che evidenziano quanto la corsa possa prevenire e combattere in modo efficace l’osteoporosi, la malattia degenerativa che colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa, rendendo le loro ossa più deboli e, di conseguenza, maggiormente soggette a fratture. Ebbene, la resistenza delle ossa delle donne che hanno sempre corso risulta, rispetto a quella delle donne sedentarie, maggiore del quaranta per cento. Un valore davvero considerevole. Di fatto, buona parte delle donne affette da osteoporosi da lieve a discreta, sarebbe sana se nella vita avesse sempre praticato la corsa. Allora, con l’arrivo della bella stagione, farebbe bene a tutti - dopo aver consultato il proprio medico per escludere controindicazioni particolari - calzare scarpe adatte e abbigliamento confortevole, per muovere qualche passo in più.

Ma la corsa serve anche a dimagrire? Sì, a patto di sapere che i chili persi correndo possono essere di tre tipi: reali, falsi e, purtroppo, anche pericolosi. Quelli reali, i più difficili da eliminare, sono gli unici costituiti dai grassi in eccesso. In ogni chilometro percorso vengono bruciate circa 70 calorie. Considerando che ciascun grammo di grasso corrisponde a 9 calorie, la perdita reale di peso per ogni chilometro è di soli 7,7 grammi. Poco, in verità. Come mai, allora, dopo un’ora di corsa, specie se la temperatura è elevata, i chili persi possono essere anche due o tre? Si tratta di chili falsi, derivanti dall’acqua persa con il sudore e dalla combustione di un paio di etti dei carboidrati contenuti nei muscoli sotto forma di glicogeno. In tutto, circa 8 etti, che si recuperano immediatamente con un’abbondante bevuta e spesso con un irrefrenabile (e inopportuno) appetito. Per fortuna, se la corsa viene praticata con regolarità - diciamo per un’ora, tre volte la settimana - già dopo un mese il peso corporeo diminuisce, mantenendo questa tendenza. Il desiderato obiettivo viene, infatti, raggiunto grazie all’intervento del cervello, che regola i centri della sazietà e grazie all’aumento di reazioni metaboliche aventi lo scopo, quantomeno in apparenza, di bruciare i grassi superflui. Arriviamo, infine, ai chili pericolosi: sono quelli persi da chi è già esageratamente magro ed è costretto quindi, per riuscire a correre, a bruciare le proteine dei muscoli. Un rischio cui devono prestare attenzione soprattutto gli atleti.

 

 

 

Mabel Bocchi

fonte rubriche corriere della sera

corriere.it

La fame e le emozioni

È nella sfera dell’emotività, dei ricordi e del piacere riparatore, che nasce una fame falsa e illusoria.

Il cervello invia segnali allo stomaco che si contrae, è la fame, lo stomaco quando è pieno invia a sua volta segnali al cervello, è la sazietà.
Il ritmo fame-sazietà è una sorta di danza, un equilibrio, una comunicazione perfetta e innata a cui è legata la nostra sopravvivenza.

Tuttavia, in alcune persone questo equilibrio è spezzato, è snaturato ed abusato per appagare bisogni diversi dal nutrimento.
L’individuo diventa preda di una voracità che il cibo non placa, una fame slegata dal segnale sia di fame che di sazietà.

Irrazionalmente si cerca , cioè, con il cibo di placare i dispiaceri, di lenire le delusioni,di gestire l’ansia, la preoccupazione e i vuoti affettivi che diventano assenze insopportabili…

Ovviamente, non si può regolare o dominare una funzione o pulsione fisiologica se non siamo in grado di riconoscerla, ma si può abusare della fame mettendola al servizio di complessi problemi emotivi e interpersonali.

Già nel 1959 Stunkard osservò che alcune donne obese volutamente tenute a digiuno, non sentivano la fame in presenza di contrazioni gastriche.
Nel 1968 Schachter condusse esperimenti tesi a dimostrare che l’insieme dei sintomi fisici che il soggetto chiama “fame”si presenta in modo diverso negli obesi…

Questa fame irreale nasce nella corteccia orbito-frontale e nello striato, ossia, quella zona del cervello legata all’emotività e nell’ippocampo nei luoghi, cioè, dei ricordi emotivi.
La fame autentica deriva da un’ altra area del cervello l’ipotalamo laterale.
La fame reale, infatti, causa contrazioni gastriche “il buco allo stomaco”, accompagnato da nervosismo e irritabilità sintomi che si placano mangiando…

Quando si presenta cercate di capire se è realmente fame, ossia, un bisogno fisiologico che si appaga mangiando, se capite che il cibo non placa questa esigenza chiedetevi che tipo di esigenza c’è dietro di essa che tipo di bisogno e emozione che non sapete gestire.
Poi il passo successivo è rispondere a quel bisogno o emozione non con il cibo, ma in modo adeguato, corretto…

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Le proprietà della carne per la nostra alimentazione

La carne è certamente un alimento insostituibile in una dieta equilibrata, grazie alla ricchezza di proteine e minerali che essa apporta, oltre alla caratteristica capacità di saziare.

Ma quanto fa bene la carne? Quanti tipi di carne esistono? E quali scegliere per le diverse esigenze?

Le proteine contenute nella carne sono molto simili a quelle presenti nell’organismo umano, quindi facilmente assimilabili: vengono infatti utilizzate dal nostro corpo in maniera ottimale. Hanno inoltre un alto valore biologico, poichè contengono aminoacidi essenziali, indispensabili per il mantenimento e la costruzione dei tessuti umani.

Costituita da tessuti connettivi e muscolari, la carne contiene dal 50% a circa l’80% di acqua, ma i valori nutrizionali sono fortemente variabili, a seconda del tipo di carne, del sesso, della razza e del tipo di allevamento dell’animale.

Genericamente la carne presenta lipidi sottoforma di grasso muscolare o adiposo, e rappresenta una ricca fonte di vitamine del gruppo B (specialmente B12), utili all’organismo per i processi nervosi e digestivi; i sali minerali rappresentano circa l’1%, e tra questi il Ferro è sicuramente il più importante, poichè è presente in forma altamente assimilabile.

La carne viene classificata in base all’animale da cui è ricavata (da macello, da cortile e selvaggina) e al colore che acquista dopo il processo di macellazione (carni bianche, carni rosse, carni nere).

Le carni bianche caratterizzano gli animali più giovani (tacchino, coniglio, pollo, agnello, capretto) ed hanno delle fibre muscolari molto fini e magre, più corte e sottili, perciò più facilmente digeribili. Tra le carni bianche, vengono particolarmente valorizzate le carni del tacchino (ricchissime di ferro e con meno tessuti connettivi), quelle del pollo (utilissime nella dieta, con pochi grassi e calorie, specialmente nella parte del petto) e quelle del coniglio (dal sapore gustoso e tenero, facilmente digeribile, con oltre il 20% di proteine, pochi grassi -circa il 5%-, e basso contenuto di colesterolo -circa 60mg per 100g di carne-).

Le carni rosse, invece, derivano dagli animali da macello più adulti. Il colore che le contraddistingue è causato dalla presenza di molto sangue e, conseguentemente, hanno un apporto di Ferro molto maggiore rispetto alle carni bianche. Per essere consumate, le carni rosse hanno bisogno di un periodo di maturazione, detto “frollatura”, attraverso il quale le fibre muscolari si inteneriscono e parte delle proteine vengono ridotte in elementi più semplici per essere digerite meglio dall’organismo umano. L’apporto di grassi maggiore deriva dalle carni di maiale: una bistecca di 100 gr conta circa 8 g di grassi e 157 Kcal. Le carni di bovino, invece, sono più magre, hanno all’incirca lo stesso valore proteico del maiale ma una quantità maggiore di Ferro.

Le carni nere (della selvaggina), infine, hanno pochi grassi ma una maggiore durezza delle fibre muscolari, che le rende meno tenere da mangiare e più difficili da cucinare.

La cottura delle carni è un procedimento fondamentale per rendere al meglio i benefici derivanti dalla carne.

Essendo ricca di proteine, infatti, deve essere cotta a basse temperature, poichè l’ eccessivo calore altera la struttura delle proteine e rende la carne più dura e di difficile digestione. Per questo le carni più digeribili risultano essere quelle lesse (un buon brodo di carne con relativo lesso,ad esempio), cotte al vapore o stufate, al contrario delle carni cotte allo spiedo, arrosto o addirittura fritte.

Fonte: Article Marketing Italia
Francesco D’Alessio

Carboidrati | La Benzina Dell’organismo

Il nome scientifico di quelli che impropriamente chiamiamo “carboidrati” è glucidi. Si tratta di sostanze formate essenzialmente da carbonio ed acqua e contenuti principalmente negli alimenti di origine vegetale. Il valore energetico è abbastanza alto: i carboidrati infatti forniscono in media 4 Kcal per grammo (è il caso dell’amido, contenuto nei cereali) costituendo uno degli elementi più importanti della dieta umana. Vari sono i tipi di carboidrati, classificati in base alla loro struttura chimica. Abbiamo perciò i carboidrati semplici e complessi.

I VARI TIPI DI CARBOIDRATI

I glucidi semplici sono le sostanze che comunemente chiamiamo zuccheri e comprendono monosaccaridi e polisaccaridi. Dal punto di vista nutrizionale, i più importanti sono glucosio, galattosio e fruttosio. Esaminiamoli nel dettaglio.

I monosaccaridi
Glucosio - costituisce la forma in cui deve essere trasformato qualsiasi altro zucchero per poter essere utilizzato dall’organismo umano. Solo il 5% della totalità di carboidrati è rappresentato dal glucosio che circola nel sangue.
Galattosio - è contenuto nel latte ma non vi si trova in forma libera, bensì legato al glucosio.
Fruttosio - è molto abbondante nel miele e nella frutta. Viene metabolizzato dal fegato, che lo trasforma in glucosio.

I polisaccaridi
I polisaccaridi sono formati dall’unione di più monosaccaridi (da 10 unità fino alle migliaia) mediante legami glicosidici. Hanno origine animale (glicogeno) o origine vegetale (amidi e fibre). Analizziamone i più importanti.
Fibre - la più importante è la cellulosa. Il nostro organismo non può trasformarle direttamente in energia ma le fibre sono fondamentali per il nostro benessere poiché regolano l’assorbimento dei nutrienti e difendono l’organismo da diverse patologie. Le fibre sono divisibili in fibre idrosolubili (quando possono essere disciolte in acqua) e non idrosolubili. Le prime riducono la quantità di colesterolo nel sangue, mentre le seconde richiamano liquidi, favorendo l’eliminazione di sostanze dannose.
Glicogeno - è immagazzinato nel fegato e nei muscoli in quanto riserva d’energia. È però presente in quantità molto ridotta negli alimenti, poiché viene quasi totalmente degradato nelle fasi di macellazione degli animali.
Amido - contenuto nei vegetali (principalmente semi e cereali) e nei loro derivati (come la pasta) ma si trova anche in patate dolci, piselli e fagioli. È possibile trovarlo in natura in due forme distinte: amilosio e amilopectina, la quale rende estremamente digeribili gli alimenti.

FUNZIONE DEI CARBOIDRATI

La funzione precipua dei carboidrati è quella energetica. Essi rappresentano infatti la principale fonte energetica, in particolar modo quando sottoponiamo il nostro organismo ad un intenso sforzo fisico. Tuttavia, assolutamente da non trascurare è la loro funzione plastica nella formazione di strutture nervose e acidi nucleici. Una volta trasformati in glucosio, i carboidrati possono prendere tre strade:

  1. Possono essere utilizzati direttamente dalle cellule al fine di produrre energia.
  2. Possono essere trasformati in glicogeno e immagazzinati come riserva energetica in muscoli e nelle riserve epatiche.
  3. Possono essere trasformati in grasso e depositati come tale, se le scorte di glicogeno sono sature.

Qualsiasi componente del nostro organismo necessita di una certa quantità di glucosio. È facile pertanto dedurne l’importanza che i carboidrati svolgono per il benessere del corpo. Persino alcune cellule del sangue utilizzano glucosio come fonte energetica primaria.

ECCESSO DI CARBOIDRATI

Abbiamo visto quanto sia importante assumere regolarmente una certa quantità giornaliera di carboidrati. Ma cosa accade quando tali sostanze sono in eccesso? La dieta dei paesi industrializzati risulta sempre più ricca di grassi (basti pensare alla grande diffusione dei fast food in quasi tutti i Paesi del mondo). Una dieta troppo ricca di grassi può provocare patologie come diabete, carie dentale o persino obesità in forme più o meno gravi.

CARENZA DI CARBOIDRATI

Ma anche una scarsa assunzione di carboidrati è causa di patologie gravi. Recenti studi hanno dimostrato che alla base di varie forme tumorali c’è anche una scarsa assunzione di carboidrati. Lo stesso vale per alcuni casi di ipercolesterolemia, di malattie renali e epatiche. Nei casi più gravi, l’assenza di carboidrati porta il sangue ad acidificarsi (come avviene nel diabetico non curato), cui consegue il coma. Ecco perché è estremamente importante seguire una dieta equilibrata, che preveda un’assunzione bilanciata di carboidrati.

IL PROCESSO DI DIGESTIONE DEI CARBOIDRATI

Il processo di assimilazione dei carboidrati inizia nella bocca, dove diversi enzimi presenti nella saluta inizia a scindere i carboidrati complessi. La digestione prosegue nello stomaco e nel pancreas, ove i succhi pancreatici riducono i polisaccaridi in monosaccaridi.

Fonte: Article Marketing Italia
cecco

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